A cento anni dalla nascita di Decio Scardaccione, lo "zio" che cambiò la politica in Basilicata

Ci sono parole che l’antica cultura contadina usa con particolare attenzione, e che hanno la forza di svelarci con un solo termine un mondo di rapporti e di sentimenti. Una di queste parole è certamente “Zio”. Tre lettere che indicano familiarità e rispetto, soggezione e solidarietà, condivisione e affetto. Per i contadini lucani che l’hanno conosciuto ai tempi della riforma, per gli studenti dell’Università, per i cittadini della val d’Agri, e via via per tutti quelli che l’avrebbero incontrato, politici, amministratori, intellettuali, parlamentari, uomini di governo, Decio Scardaccione è stato sempre, semplicemente “zio Decio”.
In quest’appellativo, che lui stesso trovava profondamente adeguato al suo modo di concepire la vita e i rapporti (quante volte ti chiamava al telefono e si presentava semplicemente: “Sono zio Decio”) c’è, a ben pensarci, una visione della comunità e del ruolo che in essa tocca alla classe dirigente. Una visione antiretorica e solidaristica che l’ha caratterizzato fin dai primi contatti che, giovane professore di economia agraria, rampollo di una nobile famiglia di proprietari terrieri, ebbe con il mondo contadino alle prese con quella grande rivoluzione che è stata per le nostre campagne la riforma agraria.
Il professore, cosa mai vista da queste parti, si sporcava le scarpe insieme agli assegnatari nelle terre del metapontino appena strappate al latifondo. La sua partecipazione al destino delle donne e degli uomini arrivati nelle “terre promesse” vicino al mare da un mondo arcaico arroccato sulle montagne era totale: insegnava a far fruttare la terra, ma anche a organizzare la vita familiare, s’informava sui bisogni diffusi, sull’educazione dei figli, indicava e condivideva progetti di vita e scenari per il futuro, legando la sua esperienza alla vita della comunità. Appunto, uno “zio”.
Uno che, proprio come fa uno zio, potevi starne certo, non ti abbandonava neppure quando gli capitava di diventare “grande” e importante, al vertice di centri decisionali e strutture di potere, come quell’Ente di Sviluppo che tanta parte ha avuto nella storia recente del mezzogiorno.
E non riuscì a cambiarlo neppure l’avventura della politica attiva, piombatagli addosso quasi per caso, nel 1968, quando si trovò all’improvviso a dover prendere il posto del nipote Tommaso Morlino, destinato in un primo momento al terribile collegio senatoriale di Corleto Perticara, un collegio dove da anni non si ricordava l’elezione di un democristiano. E incredibilmente la “missione impossibile” riuscì, e riuscì tanto bene che il collegio divenne addirittura il primo della regione come cifra elettorale della DC. Un miracolo dovuto semplicemente al fatto che, anche da aspirante parlamentare, Scardaccione continuò testardamente a essere se stesso, anche a costo di far storcere il naso a qualcuno e di apparire un po’ naif, rifiutando la logica dei rapporti formali e del politicamente corretto.
Quella del ’68 non fu una semplice campagna elettorale: fu un richiamo forte e appassionato alla voglia di riscatto e rinascita di un popolo. La val d’Agri doveva riappropriarsi del proprio futuro. E per cominciare bisognava farla finita con le storiche rivalità tra i paesi. C’era da imparare una parola nuova: ”Comunità”. Il progetto da realizzare era la comunità dei Centomila. Centomila donne e uomini che condividevano un’idea di futuro da costruire insieme. A cominciare da lui, con una straordinaria campagna porta a porta, in auto, a piedi, a dorso di mulo, per raggiungere anche l’ultimo pastore dell’ultima montagna. Nell’era dei grandi comizi di piazza, lui cercava il contatto diretto, one-to-one. Gli serviva per spiegare, indicare progetti, condividere esperienze, imparare. E se non bastava ecco i pullman che portavano gli elettori nel metapontino, nelle terre della riforma, a vedere di persona cosa significava lo sviluppo basato sull’agricoltura di qualità.
Un mondo che portò con lui a Roma, anche fisicamente. Tra gli impegni parlamentari e quelli di governo, c’era sempre tempo per la sua gente. La sala d’attesa del Senato dove t’introduceva un cortese commesso che spesso non riusciva a dissimulare lo stupore (“anche lei aspetta Zio Decio?”) ricordava talvolta una piazza dei nostri paesi al mattino della domenica, con un chiacchiericcio dall’inconfondibile accento familiare. Definirli “clienti” nel senso spregiativo che ha assunto questo termine in politica sarebbe riduttivo. Il contatto tra il parlamentare e la sua gente era qualcosa di profondamente diverso dai rapporti politici “verticali” che eravamo abituati a conoscere. Non si andava da Scardaccione solo per le solite richieste, come l’aiuto a trovare un lavoro. Si andava per un parere su un progetto o un investimento, per un consiglio sull’educazione dei figli, e anche semplicemente per due chiacchiere tra buoni amici.
Zio Decio ascoltava tutti, a tutti dispensava un consiglio, per tutti aveva un incitamento e una buona parola. E, se c’era bisogno, si metteva in macchina e accompagnava personalmente i compaesani negli uffici della Roma ministeriale per risolvere piccoli e grandi problemi.
Sempre con quell’aria serena e quello sguardo vivace e fiducioso che non l’avrebbero abbandonato neppure quella sera dell’ottobre del 1988, quando fu colpito con cinque colpi di pistola nel tentativo di bloccare il suo lavoro di presidente dell’Esab.
Ho visto i suoi occhi spenti e stanchi solo una volta, la sera del 4 ottobre del ’97, accanto al corpo senza vita di Ester. Se i suoi rapporti di zio erano del tipo che abbiamo raccontato, è facile immaginare il legame di quest’uomo con la figlia. Da quella sera ha cominciato a lasciarci, pur continuando a essere semplicemente e testardamente “Nonno”.
Ce ne vorrebbero, oggi, di “zio Decio” in una comunità che si va frantumando, e scambia il rispettoso ascolto degli zii con la sicumera e l’arroganza dei “tengo famiglia”. Ma questa è un’altra storia.

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