Cittadini digitali o sudditi analogici? Perchè il digital divide non è solo un problema di tecnologie disponibili

Il mezzogiorno rischia di perdere un’altra occasione: quella della cosiddetta “rivoluzione digitale”, che sarebbe sbagliato considerare solo come un cambiamento delle tecniche della comunicazione, dal momento che si vanno affermando con sempre maggiore evidenza nuovi saperi, nuovi stili di vita e di cittadinanza, forme diverse di condivisione e di partecipazione democratica alla vita della comunità.
Il digital divide, che continua a essere un problema anche in una regione come la Basilicata che ha investito ingenti risorse finanziarie per portare “il computer in ogni casa”, rischia di rappresentare un nuovo delicatissimo capitolo della questione meridionale, poiché il “vivere digitale” si dimostra ogni giorno di più come la dimensione esistenziale nella quale saremo sempre più immersi, con conseguenze non tutte prevedibili sulla nostra qualità della vita e sul sistema delle relazioni.
Vecchie competenze diventano rapidamente obsolete (chi è più in grado di ricordare a memoria decine di numeri di telefono, o sa fare le divisioni a tre cifre?), mentre altre si vanno affermando quasi con prepotenza (si pensi alla rapidità con la quale gli adolescenti sono in grado di “messaggiare” sui telefonini o di mettersi in contatto con ogni parte del mondo attraverso i social network).
La velocità della comunicazione, che è il primo segno evidente della rivoluzione digitale, sta avendo forti ripercussioni sull’economia, sulla società, sulla qualità della convivenza civile e del patto sociale.
Mai nella storia dell’umanità si è assistito in così pochi anni a una simile accelerazione nella diffusione della comunicazione, nella disponibilità di informazioni a basso costo, nella potenziale interattività tra chi diffonde le notizie e chi le riceve, nel rapidissimo aumento dei protagonisti di questi processi. Pensiamo solo agli sforzi che un medium tradizionale, sia pure solido e autorevole, deve fare per aumentare di qualche decina di migliaia (ma forse oggi dovremmo più correttamente dire: per non veder diminuire) il numero dei propri lettori, e di contro alla crescita esponenziale, praticamente non misurabile per la sua rapidità, dei visitatori dei grandi e piccoli portali, quei mega-siti web che hanno l’ambizione di rappresentare un punto di riferimento totale per l’utente della rete, al quale offrono gratis l’accesso alle notizie e all’intrattenimento, ai grandi motori di ricerca, posta elettronica, notizie e giornali su misura, chat on line, e così via.
Gli ultimi dati disponibili, riferiti al novembre del 2011, ci dicono che nell’ultimo anno sono stati ventisette milioni gli italiani che almeno una volta si sono collegati a internet, con un aumento di quasi il 10 per cento rispetto all’anno precedente. Tredici milioni e mezzo sono stati gli utenti del giorno medio, con un’attività media di un’ora e ventitré minuti a testa e la consultazione di centosessanta “videate”. Improponibile, ovviamente, il confronto con i malinconici dati del consumo della carta stampata, in costante regressione su livelli di cinquanta o sessanta anni fa. E siamo ancora molto lontani dallo standard dei paesi più avanzati da questo punto di vista. Siamo ancora, specie in alcune aree del paese, in pieno digital divide.
Oggi sembra incredibile, ma poco più di cinquant’anni fa - ieri, secondo i tempi della Storia - il servizio stampa della Casa Bianca fu investito da una vivacissima polemica da parte dei giornalisti della carta stampata, i quali non gradirono l’ammissione alle conferenze stampa delle prime telecamere. Oggi il più prestigioso premio giornalistico al mondo, il Pulitzer, viene assegnato a Propublica, un giornale esclusivamente on line, per una coraggiosa inchiesta giornalistica sugli effetti di un uragano che i media tradizionali non sono stati in grado di mettere in pagina.
I nuovi media, e soprattutto le nuove abitudini di utilizzo dei media, finisono con l’essere strettamente legati all’emergere di valori culturali e sociali, all’organizzazione della vita quotidiana, al modo di lavorare. In poche parole, viene avanti un nuovo modo di vivere la propria cittadinanza.
Mai prima d’ora così tanta gente era riuscita ad ottenere così tante informazioni, e in maniera così completa e dettagliata. Le notizie ci raggiungono ovunque vogliamo, dal web ai telefonini agli orologi da polso, e quando le vogliamo. I fans della musica non hanno più bisogno di cercare sulle pagine delle riviste le notizie sui gruppi musicali preferiti, le leggi e i decreti sono pubblicati integralmente sui siti dei vari ministeri, l’informazione politica sovrabbonda in siti più o meno ufficiali che fanno riferimento a partiti e gruppi di opinione, gli appassionati di pattinaggio artistico non devono più aspettare che la stagione calcistica sia finita perché la pagina sportiva del giornale conceda loro le informazioni sui risultati o l’intervista all’atleta preferito. Fino a qualche anno fa una diretta televisiva era un evento straordinario, giustificato solo dalla straordinarietà dell’evento da raccontare. Oggi, le immagini di un qualsiasi avvenimento, dalla grande catastrofe ambientale all’incontro di calcio parrocchiale, sono sulla rete prima ancora che i cronisti professionali, per quanto abili e attrezzati, possano arrivare sul posto.
Nella società dell’informazione anche l’economia, nei suoi settori di punta, ha ormai cambiato i propri orizzonti, passando dalla legge della scarsità a quella della molteplicità. More gives more, dicono gli americani: la legge che funziona per lo sviluppo dell’economia e la crescita del profitto non è più quella del controllo delle risorse scarse (oro, petrolio, materie prime), ma quella del valore delle risorse immateriali e della loro diffusione planetaria. Quando più una risorsa è disponibile per un numero il più ampio possibile di persone, tanto più cresce il suo valore e si moltiplicano i rendimenti dell’impresa a questa risorsa collegata. Avere a casa un computer collegato in rete non avrebbe per noi alcun valore se tanti altri, in tutto il mondo, non avessero lo stesso strumento e non fossero collegati. E più aumenta la diffusione della rete, più il nostro potere di comunicare si accresce. Questa legge, che rappresenta un’autentica rivoluzione copernicana nell’economia mondiale, è a tal punto incombente che spesso le tecnologie vengono regalate, proprio per rendere la rete adeguata in termini di presenze per vendere servizi.
Se dunque nella fase del capitalismo industriale le cose perdevano valore quando la loro produzione era massificata, nella fase dell’economia digitale le cose aumentano di valore quando saturano il mercato e diventano uno standard.
Il cambiamento radicale di questa prospettiva porta a una considerazione ancora più importante: sempre più i prodotti stanno diventando la retrovia del sistema economico, mentre i servizi ne rappresentano l’avanguardia, e sempre più frequentemente i prodotti tenderanno a collocarsi in un sistema di offerte che contiene, sempre, anche comunicazione e servizi. Di più: la comunicazione tende a diventare sempre di più il primo prodotto, offerto da una serie infinita di soggetti, molti dei quali la usano per attirare l’attenzione degli utenti anche per promuovere servizi e commerci.
Appare chiaro, a questo punto, che la “nuvola digitale” in cui ci troviamo immersi è qualcosa di più di un semplice cambiamento della tecnologia della comunicazione. Non si tratta solo della sostituzione della penna stilografica o della macchina per scrivere con il computer. C’è un cambiamento di prospettiva che richiede una presa di coscienza, e l’acquisizione di nuovi strumenti critici e di conoscenza sia per chi offre la comunicazione nelle sue varie forme, sia per chi la riceve.
Cominciamo dai “comunicatori”. Per diversi aspetti, l’emergere di quello che gli studiosi dei media chiamano il citizen journalism, il giornalismo dei cittadini, ha fatto perdere al giornalista professionale il ruolo tradizionale di mediatore, non essendo più lui l’indispensabile “cane da guardia” nella catena di passaggio tra l’evento o la fonte e gli utenti dell’informazione. Utenti che, se lo desiderano, possono accedere a ogni informazione da soli. C’è di più: possono addirittura constatare che il procedimento di selezione delle informazioni di cui hanno bisogno quotidianamente può essere realizzato molto meglio attraverso un dispositivo automatico o una selezione predefinita dei vari argomento interessanti.
L’intermediario della comunicazione può non essere più un giornalista o un comunicatore professionale, ma un algoritmo, e con risultati tutt’altro che disprezzabili, come dimostrano alcune esperienze americane, dal punto di vista della ricerca delle informazioni.
Tutto questo significa che la rivoluzione digitale porterà alla scomparsa dei giornalisti, così come la prima introduzione dell’informatica nel processo produttivo portò alla fine degli anni settanta alla scomparsa di un’altra benemerita categoria della comunicazione, come quella dei tipografi? Non credo. Sono anzi convinto che proprio l’enorme quantità di informazioni che caratterizza ormai il nostro vivere quotidiano postuli non la fine del giornalismo, ma il suo radicale cambiamento, così come sta cambiando radicalmente il rapporto tra fonti di informazione e utenti della comunicazione. Il tutto, in un quadro di conoscenze e di abilità tecniche sempre più approfondite e condivise.
Per spiegarci meglio, se la funzione della ricerca delle informazioni tende a essere spostata dalla parte del lettore-navigatore, altre funzioni professionali, come la verifica delle informazioni e la definizione del contesto in cui queste sono disponibili, tenderanno ad avere sempre più consistenza e valore. E ancora: emerge con sempre più drammatica evidenza la necessità di disporre di strumenti critici adeguati per distinguere l’informazione commerciale dall’informazione tout-court. Il vecchio tema della deontologia professionale dei giornalisti diventa questione planetaria, proponendo il tema della netta distinzione tra informazione e pubblicità in un ambiente globale nel quale la spinta commerciale appare a tal punto predominante da offrire gratis l’informazione.
Eccoci tornati al punto di partenza di questa nostra riflessione. Il sistema digitale della comunicazione richiede competenze nuove e capacità critiche mai finora messe in campo sia da parte dei professionisti della comunicazione, sia da parte dei cittadini-utenti. Questi ultimi devono imparare a conoscere a fondo una nuova serie di strumenti e ad acquisire un insieme del tutto nuovo di abilità. Cambia il modo di scrivere, ma anche di leggere e di ascoltare. Quelli che una volta si chiamavano “articoli” saranno sempre di più organizzati secondo strutture lessicali e sintattiche che favoriscano la lettura interattiva. E’sempre più necessario riconoscere e utilizzare queste nuove possibilità. Tutti avranno bisogno di imparare a usare, combinandoli insieme, audio, video, animazioni, mappe interattive e database. Queste nuove tecniche narrative e il pensiero critico che le caratterizza costituiranno le abilità più importanti per evitare che da “navigatori” veniamo trasformati in “naufraghi”.
Tempestività, approfondimento, intuizione, design, reputazione, comunità, lavoro di filtro, rilevanza: sono questi, secondo lo studioso dei nuovi media Ross Dawson, gli elementi che l’informazione giornalistica dovrà tener presenti se non vorrà rompere il patto di fiducia con i cittadini-utenti. Il “cane da guardia” dunque non andrà in pensione, a costo che sappia trasformarsi in “cane da guida”, capace di assicurare ai suoi “padroni” la possibilità di non perdersi nel mondo della comunicazione globale.
E d’altro canto per il cittadino-lettore-ascoltatore-navigatore si apre uno scenario di infinite possibilità dalle quali il primo imperativo è non restarne travolto. La democrazia, e la cittadinanza consapevole che ne è il presupposto, possono morire per mancanza di informazioni, ma anche per un’impressionante overdose di notizie che non si riesce a dominare con strumenti critici adeguati.
La rivoluzione digitale, a ben guardare, rappresenta una grande occasione soprattutto per le aree territoriali che sono rimaste indietro nella fase del capitalismo industriale. Lo scarso costo dei mezzi di produzione, la circolarità della comunicazione, le opportunità offerte dalla rete alle varie “periferie” del mondo, sono occasioni da non perdere. Anche senza ricorrere a esempi clamorosi, a cominciare dal nuovo protagonismo che in tutto il mondo nasce dal popolo di internet, basterà ricordare che solo qualche decennio fa era tecnicamente ed economicamente impossibile pensare a uno strumento di comunicazione (giornale, radio, tv, casa editrice, ecc.) che non fosse fisicamente collocato in una grande area metropolitana. Oggi l’ingresso nella rete può avvenire anche dal posto più lontano e irraggiungibile con i mezzi tradizionali, e l’editoria on line apre scenari non ancora del tutto esplorati.
Ma per cogliere queste opportunità è necessario mettere in campo progetti mirati in più direzioni: la realizzazione delle infrastrutture necessarie (le reti), l’introduzione di servizi sempre più qualificati e utili per la vita quotidiana (partendo, ad esempio, dalla piena attuazione di quel codice dell’amministrazione digitale che è legge dello stato in gran parte inapplicata), la dotazione di strumenti adeguati (il computer in ogni casa), la formazione delle nuove competenze (con un’attività di diffusione della conoscenza e delle tecniche innovative rivolta a tutte le fasce di età).
In conclusione, volendo adottare termini tipici del mondo informatico, c’è bisogno non solo dell’hardware, macchine e tecnologia, ma soprattutto del software: nel nostro caso quella serie di competenze diffuse e condivise che possano aiutarci a entrare nel mondo digitale da cittadini scongiurando il rischio di essere condannati a una vita da “sudditi analogici”.

Renato Cantore

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