Dalla Basilicata a Mount Lucania. L'impresa estrema di un popolo in viaggio

Girano tanti lucani per il mondo, raccontava Leonardo Sinisgalli in uno dei suoi scritti più celebri, con l’aria di chi la sa lunga. Ma forse neanche il grande poeta-matematico ha mai fatto caso all’esitenza di una “Lucania” davvero speciale proprio ai confini del mondo, ben al di fuori delle mille rotte percorse nei decenni da centinaia di migliaia di migranti.
Per trovare questa Lucania bisogna fare un lungo viaggio fino al territorio di Kluane, una riserva naturale della provincia dello Yukon, nella parte più settentrionale del Canada, proprio ai confini con l’Alaska. Una zona dove dominano foreste e ghiacciai, dove osano da millenni solo le aquile, e le uniche presenze umane che si ricordino sono quelle di qualche tribù di pellerossa, gente ruvida, abituata a vivere di caccia al freddo di inospitali vallate nell’ombra della catena “Saint Elias Mountains”, la seconda al mondo dopo la cordigliera delle Ande.
A guardare le mappe di questa catena montuosa c’è da restare trasecolati. Proprio nella zona più suggestiva, tra picchi innevati, profonde vallate, laghi e foreste, emerge in grande evidenza l’indicazione di “Mount Lucania”. Proprio così: un monte che si chiama Lucania davvero in capo al mondo, dove è francamente difficile credere che sia potutto arrivare anche uno solo dei lucani descritti da Sinisgalli.
E non si tratta di un picco di scarsa rilevanza: Lucania è la terza cima del continente americano, e con i suoi 5.226 metri di altezza fa sembrare piccolo piccolo anche il nostro Monte Bianco. È una vetta impervia, situata in una zona praticamente disabitata, dalle difficili condizioni climatiche, teatro di violente tempeste di neve che tormentano la regione praticamente in ogni periodo dell’anno.
Le cronache raccontano come un avvenimento straordinario la prima spedizione fortunata per raggiungere la cima, che la rivista Life, ancora alla fine del 1936, definiva “virtually impregnable”, praticamente inattaccabile. Fu nel 1937, e i coraggiosi scalatori si chiamavano Bradford Washburn e Robert Bates. Erano due scalatori molto esperti. Washburn, noto fotografo, era stato protagonista di una serie di spedizioni nello Yukon e in Alaska tra gli anni ‘30 e gli anni ‘50. Bates fu tra gli artefici di ben due scalate del K2. La loro spedizione sul monte Lucania viene ricordata come un “evento epico”, non tanto per il fatto che i due raggiunsero la cima, ma perché riuscirono a tornare alla base, salvando la pelle. Si trattò peraltro del primo tentativo di scalare una montagna servendosi anche di un aeroplano per raggiungere la posizione migliore per l’attacco alla vetta: il ghiacciaio Walsh, a oltre 2.600 metri di altezza. Ma l’aereo creò forse più problemi di quanti ne aiutò a risolvere. La spedizione era stata preparata con cura, grazie anche a uno dei più esperti piloti dell’Alaska, Bob Reeve, con all’attivo centinaia di voli tra le montagne della zona. Ma anche l’esperto pilota non aveva fatto bene i conti con le bizzarrie meteorologiche. Dopo un atterraggio avventuroso il suo aereo restò fermo cinque giorni prima che gli eroici membri della spedizione riuscissero a farlo ripartire. Le ruote del velivolo si erano impantanate nel fango dopo che la pista di ghiaccio aveva improvvisamente ceduto in più punti. Gli avventurosi organizzatori della spedizione avevano sottovalutato le tremende escursioni termiche che si verificano nella zona nel periodo primaverile. La temperatura, che di notte scende molto al di sotto dello zero, a metà giornata può superare i trenta gradi, sicchè la improvvisata pista di atterraggio, era il mese di giugno, si trasformò in pochi minuti in un pantano. Ci vollero appunto cinque giorni di duro lavoro per rimettere il velivolo in condizione di riprendere il volo, dopo averlo liberato di tutto il peso possibile e aver ripristinato la improvvisata pista di ghiaccio.
Washburn e Bates non avevano però nessuna intenzione di rinunciare all’impresa, e cominciarono la loro lunga “scarpinata” fino alla vetta. Tra la salita verso la cima e la successiva discesa fino al primo borgo abitato, il piccolo villaggio di Burwash Landing nello Yukon, alla fine avrebbero percorso qualcosa come 240 chilometri. Insomma, non dovette essere proprio una passeggiata, se per i successivi trent’anni nessuno tentò di ripetere la loro impresa, e se lo scrittore canadese David Roberts ha pensato di raccontare questa avventura in un libro, pubblicato qualche anno fa, e il cui titolo dice la dice lunga sui contenuti del racconto: “Escape from Lucania, an epic struggle of survival”, Fuga da Lucania, una epica lotta per la sopravvivenza. Un titolo che, se non si riferisse a una circoscritta impresa alpinistica, potrebbe essere assunto a paradigma della vicenda umana di tanti lucani la cui esistenza è stata contrassegnata da una più o meno epica fuga dalla propria terra di origine.
Ma nonostante tutti i disagi, racconta Roberts, l’ora che i due avventurosi alpinisti trascorsero sulla cima di Lucania fu certamente una delle più magiche della loro vita. Nell’aria serena, un sensazionale panorama di vette innevate li circondava da ogni lato. Verso sud si poteva vedere finalmente dall’alto la grande distesa dell’altopiano di Mount Logan, la più grande montagna al mondo quanto a volume assoluto. E, ancora più lontane, tante e tante cime a perdita d’occhio, vallate, laghi, e, più giù, fitte foreste. Erano le 4 e mezza del pomeriggio del 9 luglio 1937. Lucania era stata conquistata, ma i due scalatori non si potevano trattenete oltre in cima. Solo il tempo di una foto ricordo e via verso il difficile rientro al campo base. L’aria tersa stava per lasciare il posto a una delle tante turbolenze del tempo.
Una montagna aspra e difficile, dunque, che prende il nome, raccontano i libri di geografia ai ragazzi delle scuole canadesi, “da un antico territorio del sud Italia, conosciuto oggi come Basilicata e Salerno”. Insomma, a parte l’inesattezza della indicazione geografica, qualcuno deve aver creduto di riconoscere nelle asperità del territorio e nelle difficoltà delle condizioni ambientali e climatiche qualcosa della lontana Lucania. Già, ma chi? Un emigrante finito da quelle parti per uno strano gioco del destino, magari nell’epoca della corsa all’oro nelle miniere dello Yukon, un viaggiatore in cerca di emozioni forti, un avventuriero amante delle imprese impossibili?
Ebbene, proprio un amante di imprese impossibili ha portato per sempre il nome Lucania da queste parti, trasformandosi in uno dei più singolari ambasciatori della Basilicata nel mondo.
Correva l’anno 1897 e Luigi Amedeo di Savoia, duca degli Abruzzi, solo ventiquattrenne, si era già fatta una discreta fama di scalatore, o meglio, come raccontano i biografi ufficiali, “di persona incline all’avventura e all’ardimento”. E certamente avventurosa fu la decisione di portare l’attacco al monte Sant’Elia, sperimentando ai confini con l’Alaska un affiatato team italiano che già aveva dato buona prova di sé sulle Alpi. Il gruppo guidato dal giovane Savoia arrivò in Canada da New York, dove era approdato al termine di una lunga traversata oceanica cominciata a Liverpool su una motonave della flotta di Sua Maestà Britannica.
E qual era il nome di quel transatlantico? Beh, non ci crederete, ma aveva un nome a noi molto familiare: si chiamava proprio “Lucania”, e sarebbe diventato famoso qualche anno dopo, nel settembre 1903, quando divenne la prima nave “wireless” della storia. Nei lussuosi saloni della prima classe fu allestito uno dei primi esperimenti di radiotelegrafia di Guglielmo Marconi. Nella traversata da Liverpool a New York la nave ricevette con regolarità radiotelegrammi spediti dall’Inghilterra, dal Canada e dagli Stati Uniti, e con queste notizie venne stampato il primo quotidiano di bordo della storia: si chiamava “Le Cunard Bulletin”. Cunard era il nome della società armatrice.
Ma torniamo alla scalata del Sant’Elia, che nelle intenzioni dell’avventuroso principe doveva essere una specie di prova generale per la spedizione al Polo nord che poi sarebbe stata tentata, senza fortuna, due anni dopo. Raggiunta la vetta di Mount Saint Elias, la spedizione italiana scoprì un orizzonte segnato da altri due picchi giganteschi. Uno di questi era già noto sulle mappe come Mount Logan. L’altro non era fino ad allora menzionato sulle mappe ufficiali, e secondo una legge non scritta ma rispettata ad ogni latitudine, toccava all’esploratore che l’aveva individuata per primo il compito di dare un nome a questa gigantesca montagna.
Dopo una breve consultazione con i suoi compagni di avventura il principe scelse il nome di “Lucania”, come la nave che lo aveva portato in America e che a sua volta aveva preso il nome dalla piccola regione del sud Italia che, gli avevano raccontato da bambino, era terra di boschi e di briganti, inaccessibile e spesso inospitale (soprattutto per chi portava il suo nome) ma anche ricca di montagne spettacolari e di cime dalle quali, nelle giornate più terse, si riuscivano a vedere ben due mari.
Oltre un secolo dopo la sua scoperta, Mount Lucania continua ad essere una vetta misteriosa e inaccessibile, così come misterioso resta quel nome italiano per una delle cime più importanti del continente americano. Un motivo in più per riprendere il filo di questa storia, approfittando magari della pubblicità gratuita offerta dalle mappe dello Yukon per dare qualche notizia in più a chi scrive i libri di testo per le scuole canadesi e promuovere l’immagine della regione tra gli appassionati di alpinismo che non sono pochi in ogni parte del mondo.
E se fosse proprio la Regione Basilicata a incoraggiare una nuova spedizione su Mount Lucania, magari per piantare in cima la bandiera con i quattro fiumi?
“Dalla Basilicata a Mount Lucania, l’impresa estrema di un popolo in viaggio”, sarebbe certamente un bel titolo per raccontare un’avventura del terzo millennio.

Renato Cantore

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