Gli italiani che hanno fatto l’America. Rocco Petrone

Era un’alba di luna nuova, quella del 16 luglio del 1969 a cape Kennedy, il centro spaziale della Nasa in Florida; un mercoledì di mezza estate destinato ad essere ricordato come una giornata speciale. La notte si era portata via le nuvole minacciose che qualche ora prima avevano fatto temere per la regolarità del grande evento che si annunciava e al quale guardava il mondo intero. E Rocco, che per la verità quella notte non aveva dormito quasi per niente, si svegliò in tempo per vedere quel piccolo spicchio di luna crescente sparire quasi all’improvviso, come travolto dai primi prepotenti raggi del sole.
Quarantatrè anni portati con la spavalderia di un ragazzo, due sottili occhi di ghiaccio su un fisico imponente da ex giocatore di football, un metro e novanta di altezza per quasi un quintale di peso, zigomi sporgenti, il naso leggermente aguzzo, sguardo intenso, labbra taglienti. Chi gli voleva bene amava definirlo “il computer con un’anima”, ma per la gran parte dei suoi collaboratori restava “la tigre”.
Insomma, tutto era fuorché un sognatore. Ma quella era una mattina speciale, e, per qualche interminabile minuto,si sorprese a pensare per una volta alla luna mettendo da parte l’ossessione delle cifre, dei programmi, delle interminabili “check list” che lo avevano reso famoso.
La luna, in fondo, era nel suo destino, e adesso lo stava quasi trascinando sul grande palcoscenico della Storia.
Rocco Anthony Petrone, ingegnere meccanico, direttore delle operazioni di lancio. Il suo nome spiccava per la sua italianità nella breve lista dei Top Manager della missione Apollo 11 che avrebbe dovuto mandare i primi uomini sulla luna.
A lui toccava la parola definitiva, il “go”, per il via alla missione in programma per le 9,32 di quel mercoledì. A lui toccava realizzare, e nel modo più clamoroso, il “sogno americano” di generazioni di emigranti.
Un sogno cominciato il 31 marzo del 1926, quando Rocco nacque in una piccola casa di immigrati nel cuore di Amsterdam, una cittadina industriale dello Stato di New York. Qui papà Antonio era arrivato cinque anni prima insieme alla moglie Teresa. Veniva da Sasso di Castalda, e trovò lavoro nelle ferrovie. Ma, quando il piccolo Rocco aveva solo sei mesi il sogno americano della famiglia Petrone rischiò di trasformarsi in un incubo. In una piovosa sera d’autunno un policeman bussò a casa Petrone. Portava la notizia che Antonio era morto in un incidente sul cantiere della ferrovia.
Dopo un primo momento di sconforto Teresa decise di restare negli Stati Uniti. I suoi figli sarebbero stati americani. E così Roccoebbe la possibilità di farsi apprezzare per le sue qualità nelle scuole pubbliche di Amsterdam, e a diciassette anni superò la durissima selezione per l’ingresso all’accademia di West Point, la “fabbrica” degli ufficiali dell’esercito americano. Dopo l’accademia militare e un periodo di addestramento in Europa, due anni al prestigioso Mit, il Massachusetts Institute of Technology di Boston, per conseguire il master in ingegneria. E così, a ventisei anni, era pronto per cimentarsi con quella che cominciava a essere una autentica scommessa per il suo Paese in tempi di “guerra fredda”: lo sviluppo della ricerca e della sperimentazione su razzi e missili balistici.
A Huntsville, in Alabama, il nostro giovane ufficiale fece la conoscenza con un altro dei personaggi decisivi di questa storia: Wernher Von Braun. Di origini nobili, grande esperto di missili, durante la seconda guerra mondiale era stato alla testa di quel gruppo di tecnici al servizio di Hitler che avevano progettato le micidiali V2, l’arma segreta che tante distruzioni portò in mezza Europa nei mesi finali del conflitto. Poi, all’arrivo delle truppe di occupazione, si era fatto catturare dagli americani insieme a un centinaio di collaboratori. I missili che avrebbero portato l’uomo nello spazio e poi sul suolo lunare erano i figli legittimi delle sue V2.
Ben presto il figlio di emigrati lucani e il nobile tedesco scoprirono di avere molte cose in comune, a cominciare dai modi spicci, dalle poche parole e dalla passione quasi maniacale per la precisione e il lavoro. Sicchè, quando il vecchio presidente Dwight Eisenhower creò la Nasa, assegnandole il compito di ingaggiare e vincere la battaglia con l’Unione Sovietica per la conquista dello spazio, e affidandone la direzione proprio a von Braun, il barone si ricordò di quel ragazzo con il nome italiano, la memoria di ferro e la disciplina inflessibile. “E allora - disse - tanto per cominciare datemi Rocco Petrone”.
A Cape Canaveral il nostro ufficiale-ingegnere fu impegnato subito nel progetto “Saturno”, questo il nome che fu scelto per il gigantesco missile a tre stadi, alto come un palazzo di 33 piani, destinato a dare la spinta alla navicella spaziale che avrebbe dovuto mandare, dopo qualche anno, i primi uomini sulla luna. Un progetto ambizioso, per la cui realizzazione non erano sufficienti le conoscenze scientifiche, il lavoro di migliaia e migliaia di tecnici, e lo stanziamento di svariati miliardi di dollari. Ci voleva qualcosa di più: la capacità di sognare, di indicare un obiettivo a prima vista irrealizzabile, di lanciare il cuore oltre l’ostacolo.
E’ quello che fece John Fitzgerald Kennedy, il presidente della Nuova Frontiera, con il famoso discorso al Congresso del 25 maggio 1961, quando, sfidando le cautele e i dubbi dei dirigenti della Nasa, indicò agli americani l’obiettivo “nazionale” di conquistare la luna entro la fine del decennio.
Da quel giorno Rocco e i suoi più stretti collaboratori moltiplicarono l’impegno. C’era poco tempo per realizzare una impresa dalle proporzioni gigantesche. A lui in particolare il compito più difficile: individuare il moonport, la base di partenza, realizzare le rampe di lancio, costruire il Vab, l’edificio destinato a ospitare la costruzione del gigantesco missile composto da oltre sei milioni di pezzi, addestrare migliaia e migliaia di ingegneri e tecnici, dirigere tutte le operazioni di lancio. Tutto sotto l’enorme pressione che veniva dalla Casa Bianca. A Washington non volevano perdere la sfida lanciata ai sovietici.
Ma la strada per la luna non sarebbe stata costellata solo di lavoro e di successi. Il lato oscuro della luna apparve tragicamente agli occhi di Rocco e dei suoi collaboratori in un grigio pomeriggio di fine gennaio del ’67. Tre astronauti morirono bruciati nella navicella spaziale durante una prova a terra. E lui vide la terribile scena sul monitor nella sala comandi, senza poter intervenire. Era fuori di sé: qualcuno doveva aver sbagliato, qualcuno aveva tralasciato un microscopico dettaglio che aveva scatenato l’inferno.
Da quel giorno Rocco il silenzioso divenne il duro, o meglio “la tigre”. Nulla doveva essere lasciato all’improvvisazione, ogni piccolo dettaglio doveva essere valutato, tutti gli addetti ai lavori dovevano essere interrogati direttamente da lui.
Prove, controlli e ancora controlli. Dodici - quattordici ore di lavoro al giorno. E finalmentel’appuntamento con la Storia.
Torniamo a quella mattina di mercoledì 16 luglio 1969.
Aveva completato il suo giro di controllo, il solito, scaramantico giro di controllo quarantacinque minuti prima del “go”. Tutti gli uomini erano ai loro posti, pronti e reattivi come li voleva; tutti gli indicatori, le migliaia di spie luminose, segnalavano l’assenza di anomalie; la pressurizzazione della cabina nella quale avevano preso posto Armstrong, Aldrin e Collins, gli uomini della grande avventura, era ai livelli desiderati, il count-down proseguiva regolare e inesorabile. Minuti interminabili, una sequenza da batticuore. Si, da batticuore anche per chi, come lui, l’aveva vissuta tante volte.
Fino a trenta secondi dal lancio era sempre possibile, in caso di qualche anomalia, bloccare la sequenza. Poi arrivava il momento del non ritorno: una manciata di secondi di terribile tensione: meno dieci, nove, otto, sette… ignition!
L’orologio segnava le 9 e 32. Il programma era stato rispettato al centesimo di secondo. Rocco non aveva distolto lo sguardo nemmeno per un attimo dal monitor, dove all’inizio si videro solo le lingue di fuoco sgorgare dalla coda del razzo, e la nuvola di fumo che avvolgeva la rampa di lancio. Il Saturno si era mosso, ma così lentamente, in apparenza così silenziosamente, che sembrava quasi sospeso a mezz’aria in attesa di spiccare il grande salto. Poi, in un attimo, il fragore dell’esplosione giunse fino alle stanze ovattate della sala controllo, e l’aquila meccanica accelerò la sua corsa verso il cielo, come tirata su da una forza misteriosa e invisibile.
Guardando quella scena, Rocco-la tigre sentì d’un tratto che la sua maschera di rigore e severità si stava quasi sciogliendo per l’emozione.
A quarantatre anni aveva appena diretto una delle più straordinarie imprese della storia dell’umanità, guidava un piccolo esercito composto di migliaia di scienziati e di tecnici, amministrava miliardi di dollari, prendeva decisioni da cui dipendevano le sorti del programma spaziale, la vita degli astronauti, il prestigio della più grande potenza mondiale.
Ma se Rocco Petrone fosse nato e cresciuto a Sasso di Castalda, quale sarebbe stato il suo destino?

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