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New York rende omaggio a Vito Marcantonio, il politico italo-americano ingiustamente dimenticato per oltre 60 anni

NEW YORK – Quando morì per un attacco di cuore sul selciato dalla Broadway davanti alla City Hall, gran parte dell’establishment di New York tirò un sospiro di sollievo: il destino aveva portato via dalla scena della città, a soli cinquantadue anni, un politico “scomodo”: avversato dai partiti tradizionali, dal mondo della finanza, dai grandi giornali, perfino dalla Chiesa, ma amato dal popolo al punto da essere trionfalmente eletto al congresso federale per ben sette mandati.
Ma l’America sa fare i conti con la propria storia. E domenica 17 dicembre, all’una di un assolato e freddo pomeriggio, una piccola delegazione del consiglio comunale di New York ha cominciato a saldare il conto con la memoria di Vito Marcantonio, l’uomo politico di origine italiana con radici ben piantate a Picerno, in Basilicata, che ancora oggi in tanti ricordano come “il politico della povera gente”.
Da domenica la grande piazza all’incrocio tra Lexington Avenue e la 116ma strada est, nella parte nord di Manhattan, si chiama “Vito Marcantonio Lucky Corner”. L’insegna stradale è stata sistemata dalla speaker del consiglio comunale Melissa Mark-Viverito tra gli applausi dei componenti del “Vito Marcantonio Forum”, un gruppo di docenti universitari, artisti, intellettuali che da anni si battono perché la sua figura venga tolta dal’oblio in cui è stata troppo a lungo relegata.
Il Lucky Corner, l’angolo della fortuna, era una sorta di agorà della democrazia nel quartiere di East Harlem, dove nella prima metà del novecento viveva la più popolosa comunità italiana di tutti gli Stati Uniti. Qui nacque la fortuna politica di Fiorello La Guardia, il sindaco della rinascita, che lasciò proprio a Marcantonio il suo seggio al Congresso di Washington.
E Lucky Corner, come ancora oggi ricordano gli anziani della zona, era lo spettacolare teatro delle manifestazioni con le quali Marcantonio chiudeva le sue campagne elettorali: vere e proprie feste popolari, con tanto di concerti bandistici (immancabile l’inno di Garibaldi), fuochi pirotecnici, e naturalmente tanti discorsi, anche in italiano. Non meno di dieci-quindicimila persone testimoniavano, elezione dopo elezione, l’attaccamento di un popolo a quest’uomo politico che non ha mai lasciato il quartiere in cui era nato.
E allora, benvenuti al Vito Marcantonio Lucky Corner, dove migliaia e migliaia di migranti hanno cominciato finalmente a sentirsi cittadini.

MARC, UN "IRREGOLARE" NEL CONGRESSO AMERICANO
Questa storia comincia nell’ottobre del 1901 a Picerno, dove la ventenne Angelina de Dovitiis sposa il compaesano Saverio Marcantonio, tornato dall’America proprio per prendere moglie. La giovane coppia si stabilisce subito a New York, nel cuore dell’Harlem italiana, in una casa popolare dove nel dicembre 1902 nasce Vito. Vito come il nonno, figlio di uno dei patrioti che si unirono ai garibaldini nel 1860. E forse in questa eredità familiare era già scritta buona parte di questa storia.
Che il piccolo Vito fosse un bambino speciale fu subito chiaro. Al termine degli studi elementari, il preside lo descrisse con espressioni entusiastiche: “si distingue per la tenacia delle proposte, l’iniziativa, il coraggio, le innate doti di leadership”.
E Vito non si perse d’animo neppure quando papà Saverio fu travolto da un tram e restò senza vita sul selciato della terza Avenue. Sostenuto da mamma Angelina e nonna Rosa, proseguì negli studi e fu tra i pochissimi ragazzi del quartiere a iscriversi a una scuola superiore, la DeWitt Clinton High School. E fu in quella scuola che incontrò le persone più importanti per la sua vita: Leonard Covello e Fiorello LaGuardia.
Covello (Lonardo “Narduccio” Coviello all’anagrafe) era arrivato da Avigliano nel 1896. Dopo il dottorato alla Columbia aveva inaugurato un corso d’italiano alla DeWitt Clinton ritrovandosi Marcantonio tra gli allievi. L’intesa fu immediata, al punto che il giovane Vito, rimasto orfano, avrebbe finito con il chiamare “pops”, papà, il suo professore. Un’intesa durata tutta la vita, scandita da importanti iniziative come la promozione dello studio dell’italiano a New York, la creazione di “circoli italiani” nel mondo studentesco, la fondazione della Casa del Popolo e la nascita della prima scuola superiore di East Harlem, la Beniamin Franklyn High School, esempio ineguagliato di multiculturalismo dove sarebbero state accolte con eguale dignità generazioni di italiani, ebrei, neri, portoricani.
E fu sempre Covello a invitare alla DeWitt Clinton per un incontro con gli studenti Fiorello La Guardia. In quell’occasione Vito tenne una relazione sulle responsabilità dello Stato per le pensioni e la sicurezza sociale. La Guardia ne rimase colpito, e non avrebbe perso più di vista questo ragazzo che mostrava grandi doti di leader e una spiccata sensibilità sociale.
Eletto sindaco La Guardia, fu naturale per Marc, come lo chiamavano i suoi sostenitori, prenderne il posto di deputato nel distretto che comprendeva appunto il suo quartiere. A 32 anni conquistò il collegio per il primo dei sette mandati che lo avrebbero portato al Congresso per ben 14 anni. Con la sola eccezione del biennio ’36-38 fu sempre rieletto fino al 1950. La sua forza era il rapporto personale con la “sua” gente, come testimoniano ancora oggi le migliaia di lettere degli elettori conservate nella Public Library di New York.
Promotore dei diritti civili, difensore dei lavoratori e degli immigrati, sostenitore dell’indipendenza di Portorico, faceva della sua attività politica una missione di servizio.
Per le sue posizioni radicali veniva spesso accusato di essere comunista, ma per la sua gente era soprattutto un amico e un consigliere sempre disponibile, anche per le piccole cose, come pagare una bolletta della luce o mettere insieme qualche dollaro per i regali di Natale ai bambini. I suoi uffici elettorali erano aperti dalle dieci del mattino alle otto di sera 365 giorni l’anno.
Così un giornalista arrivato a New York per descrivere il “fenomeno Marc” raccontò l’atmosfera del suo quartier generale:
“La scena non è molto differente da quella di un grande ospedale nel pieno del giorno lavorativo. Marcantonio e due-tre collaboratori siedono a un tavolo in fondo alla sala principale; di fronte a loro su panche di legno centinaia di persone, spesso famiglie con i bambini. Parlano in spagnolo, italiano, inglese, ebraico, e in vari miscugli di queste lingue. I loro problemi sono il lavoro, la casa, la salute, l’educazione dei figli, le pratiche per l’immigrazione, l’assistenza legale. Marcantonio risponde a tutti nella loro lingua, per ciascuno ha una soluzione, un consiglio, un incoraggiamento”. Amato dal suo popolo, non aveva molti amici negli ambienti che contano, dalle elites finanziarie di Wall Street ai grandi giornali come il New York Times che gli dedicò infuocati editoriali specie dopo il suo voto contrario (l’unico del Congresso) alla guerra in Corea. L’FBI raccolse oltre 6000 faldoni sulla sua presunta attività filocomunista.
E per sconfiggerlo fu necessario cambiare la legge sulle candidature, allargare i confini del collegio elettorale e mettere in piedi una grande coalizione, dai repubblicani ai democratici.
Ma Marcantonio non era uno che si dava per vinto. E la mattina del 9 agosto 1954, quando cadde privo di vita sul selciato della Broadway, stava andando nel suo ufficio a preparare i documenti per l’ennesima candidatura.
I medici che ne constatarono la morte gli trovarono al collo un Crocifisso e in tasca una medaglietta con il volto di Francesca Cabrini, la Santa degli emigranti. Ma questo non fu sufficiente alla Diocesi di New York per autorizzare il funerale nella Chiesa della Madonna del Carmine, il tempio costruito sulla 115ma strada dagli immigrati italiani e dove era stato battezzato. Il cardinale Francis Spellman, campione dell’anticomunismo, fu irremovibile e negò il funerale religioso, tra le proteste dell’intera comunità cattolica del quartiere, e in particolare di tantissime famiglie di italiani i cui bambini si chiamavano Vito e a cui lui aveva fatto da padrino. “Marcantonio – spiegò il portavoce della Diocesi – non ha praticato la sua religione per molti anni e non si è riconciliato con la Chiesa prima di morire”.
“La crudeltà della sua decisione – replicò al cardinale uno dei parrocchiani – è superata solo dalla sua stupidità. Questo gesto è un’offesa ai vivi, non ai morti, perché per fortuna la malvagità ecclesiastica non esercita alcun potere su di loro”.