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Un pellegrinaggio popolare per ricordare a New York Vito Marcantonio, il politico della gente

Chi capitasse a New York intorno a mezzogiorno di sabato 19 settembre nella zona di East Harlem si imbatterebbe in un gruppo di studiosi, artisti, intellettuali, attivisti politici che hanno organizzato un «pellegrinaggio popolare» per le vie del quartiere. Il piccolo corteo attraverserà le strade che la settimana successiva saranno percorse da Papa Francesco, che ha scelto la scuola cattolica intitolata a Nostra Signora Regina degli Angeli per il suo incontro con i bambini e le famiglie degli immigrati.
Un pellegrinaggio laico per ricordare in quella che è stata la più grande Little Italy d’America (ottantamila italo-americani al censimento del 1930) la figura di un uomo politico di origini lucane, Vito Marcantonio. Un politico rimasto nel cuore della gente ma il cui ricordo è stato per decenni cancellato dalla storiografia ufficiale, e ancora oggi crea un certo imbarazzo in parte della classe dirigente e nella gerarchia cattolica che arrivò a negargli i funerali religiosi a causa delle sue posizioni estremiste e le sue simpatie verso i comunisti. Per porre fine a questo incredibile “vuoto di memoria” è nato qualche anno fa il “Vito Marcantonio Forum”, l’associazione che ha organizzato la manifestazione.
Marcantonio era nato nel cuore di East Harlem, in una casa di emigranti sulla 112esima strada, nel dicembre del 1902. Il nonno Vito, figlio di uno dei patrioti che si unirono ai garibaldini nel 1860, era partito da Picerno per gli Stati Uniti, insieme alla moglie Rosa, nel 1881. L’anno dopo era nato Saverio, il primo Marcantonio cittadino americano. Americano ma non fino al punto da dimenticare le antiche tradizioni della terra di origine. Il giovane Saverio a 19 anni tornò a Picerno insieme al padre per il più classico dei matrimoni combinati: giusto il tempo per conoscere la sua promessa sposa e impalmare la compaesana Angelina De Dovitiis. Poi di corsa a New York per la definitiva traversata dell’Oceano.
Vito fu un bambino fortunato. Il suo piccolo mondo era al cento per cento italiano, così come italiani erano i suoi primi compagni di gioco. Ma papà Saverio parlava inglese, aveva un buon lavoro, guadagnava il giusto, e in casa non si viveva quella condizione di straniamento che caratterizzava tante famiglie contadine che arrivavano dal sud d’Italia.
Che avesse una marcia in più fu subito chiaro ai maestri della scuola elementare. Al termine degli studi, il preside lo descrisse con espressioni entusiastiche: “si distingue per la tenacia delle proposte, l’iniziativa, il coraggio, le innate doti di leadership”.
E Vito non si perse d’animo neppure quando papà Saverio fu travolto da un tram e restò senza vita sul selciato della terza Avenue. Sostenuto da mamma Angelina e nonna Rosa, proseguì negli studi e fu tra i pochissimi ragazzi del quartiere a iscriversi a una scuola superiore, la DeWitt Clinton High School. Per raggiungerla doveva fare quattro miglia a piedi ogni mattina, ma non si scoraggiò. E fu in quella scuola che incontrò le persone più importanti per la sua vita: Leonard Covello e Fiorello LaGuardia.
Covello (Lonardo “Narduccio” Coviello all’anagrafe) era arrivato da Avigliano nel 1896. Dopo il dottorato alla Columbia aveva inaugurato un corso d’italiano alla DeWitt Clinton ritrovandosi Marcantonio tra gli allievi. L’intesa fu immediata, al punto che il giovane Vito, rimasto orfano, avrebbe finito con il chiamare “pops”, papà, il suo primo professore di italiano, che non aveva figli. Un’intesa durata tutta la vita, scandita da importanti iniziative come la promozione dello studio dell’italiano a New York, la creazione di “circoli italiani” nel mondo studentesco, la fondazione della Casa del Popolo e la nascita della prima scuola superiore di East Harlem, la Beniamin Franklyn High School, esempio ineguagliato di multiculturalismo dove sarebbero state accolte con eguale dignità generazioni di italiani, ebrei, neri, portoricani.
E fu sempre Covello a invitare alla DeWitt Clinton per un incontro con gli studenti Fiorello LaGuardia. In quell’occasione Vito tenne una relazione sulle responsabilità dello Stato per le pensioni e la sicurezza sociale. LaGuardia ne rimase colpito, e non avrebbe perso più di vista questo ragazzo che mostrava grandi doti di leader e una spiccata sensibilità sociale. Lo avrebbe seguito nei suoi studi giuridici, trovandogli poi un primo posto di lavoro come specialista in casi d’immigrazione. Ma soprattutto ne avrebbe fatto il capo indiscusso della potente macchina elettorale che lo portò prima al Congresso in rappresentanza del collegio di East Harlem, e poi alla City Hall.

Eletto sindaco LaGuardia, fu naturale per Marc, come cominciarono a chiamarlo i suoi sostenitori, prendere il suo posto. E a 32 anni conquistò il collegio per il primo dei sette mandati che lo avrebbero portato al Congresso per ben 14 anni, grazie a una potente macchina elettorale e a una base sociale formata dalle comunità italoamericana, portoricana e afroamericana, dalla gente comune di East Harlem, con la quale aveva trascorso tutta la vita e che lo riconosceva come leader indiscusso. Con la sola eccezione del biennio ’36-38, Marc fu sempre rieletto fino al 1950, talvolta vincendo le primarie di tutti i partiti, dai repubblicani ai democratici, altre correndo da solo, alla testa dell’American Labour Party di cui era stato tra i fondatori. La sua forza era il rapporto personale con la “sua” gente, come testimoniano ancora oggi le migliaia di lettere degli elettori conservate nella Public Library di New York.
Sostenitore dei diritti civili, difensore dei lavoratori e degli immigrati, promotore dell’indipendenza di Portorico, faceva della sua attività politica una missione di servizio. I suoi uffici elettorali, aperti dalle dieci del mattino alle otto di sera 365 giorni l’anno, erano un punto di riferimento per tutte le necessità.
Così un giornalista arrivato a new York per descrivere il “fenomeno Marc” raccontò l’atmosfera del suo quartier generale in un pomeriggio di domenica:
“La scena non è molto differente da quella di un grande ospedale nel pieno del giorno lavorativo. Marcantonio e due-tre collaboratori siedono a un tavolo in fondo alla sala principale; di fronte a loro su panche di legno centinaia di persone, spesso famiglie con i bambini. Parlano in spagnolo, italiano, inglese, ebraico, e in vari miscugli di queste lingue. I loro problemi sono il lavoro, la casa, la salute, l’educazione dei figli, le pratiche per l’immigrazione, l’assistenza legale. Marcantonio risponde a tutti nella loro lingua, per ciascuno ha una soluzione, un consiglio, un incoraggiamento. Si calcola che, in un mandato parlamentare, egli riesca a vedere in questo modo circa trentamila persone.”
L’attaccamento del “suo” popolo spiega il fatto straordinario che, pur essendo di idee radicali, Marc abbia vinto ben sette elezioni, sbaragliando una straordinaria opposizione.
Non aveva molti amici negli ambienti che contano, dalle elites finanziarie di Wall Street ai grandi giornali come il New York Times che gli dedicò infuocati editoriali specie dopo il suo voto contrario (l’unico del Congresso) alla guerra in Corea. L’FBI raccolse oltre 6000 files con segnalazioni sulla sua presunta attività filocomunista.
E per sconfiggerlo fu necessario cambiare la legge sulle candidature e allargare i confini del suo collegio elettorale. Alla fine, nel 1950 i suoi oppositori la ebbero vinta mettendo in piedi una grande coalizione, dai repubblicani ai democratici ai liberali, e finalmente l’FBI potè mettere una “X” sulla sua scheda alla ipotesi di arresto preventivo in caso di pericolo per la sicurezza nazionale.
Ma Marc non era uno che si dava per vinto. E la mattina del 4 agosto 1954, quando fu colpito da un attacco di cuore e cadde sul selciato della Broadway nella zona della City Hall, stava andando nel suo ufficio a preparare i documenti per l’ennesima candidatura.
I medici che ne constatarono la morte gli trovarono al collo un Crocifisso e in tasca la coroncina del Rosario. Ma questo non fu sufficiente alla Diocesi di New York per autorizzare il funerale nella Chiesa della Madonna del Carmine, il tempio costruito sulla 115ma strada dai primi immigrati italiani e dove Marc era stato battezzato. Il cardinale Francis Spellman, campione dell’anticomunismo in tempi di guerra fredda, fu irremovibile e negò il funerale religioso. «Marcantonio – spiegò il suo portavoce – non ha praticato la sua religione per molti anni e non si è riconciliato con la Chiesa prima di morire». E così il popolo di Marc dovette accontentarsi di riservare al suo eroe un enorme tributo laico, con decine di migliaia di persone che affollarono per tre giorni le strade dell’Italian Harlem.
«Torniamo sabato in quelle strade – spiega Gerald Meyer, professore emerito alla City University e appassionato studioso del “fenomeno” Marcantonio – per rendere omaggio a un protagonista ingiustamente dimenticato. E anche per chiedere alla Chiesa Cattolica, ora che i tempi sono cambiati e che a New York arriva un Papa straordinario e vicino al popolo, di mandare finalmente una benedizione a questo suo figlio disconosciuto sanando in questo modo una grave ingiustizia».

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