Quando l'America chiuse le frontiere agli italiani

«Gli Italo-Americani che sostengono la linea del presidente Trump di tenere Musulmani e Messicani fuori degli USA dovrebbero guardare dentro la loro storia, e nel profondo del loro cuore».
Fa una certa impressione leggere questa affermazione forte e sicuramente non politically-correct sulle pagine dell’autorevole New York Times. L’ha scritta qualche giorno fa, in un articolo dal titolo “When America barred Italians”, Helene Stapinski, una giornalista di origine italiana, i cui bisnonni partirono nel 1892 da Bernalda, in provincia di Matera.
La Stapinski ha condotto negli anni scorsi accurate indagini nella terra d’origine della sua famiglia, con frequenti viaggi in Basilicata, con l’intento di ricostruire un oscuro fatto di cronaca di cui furono protagonisti i bisnonni, Francesco Vena e Vita Gallitelli, la cui emigrazione in New Jersey fu più una fuga che un viaggio della speranza. Una storia che racconta nel volume “Murder in Matera, a true story of passion, family and forgiveness in Southern Italy”, da qualche giorno nelle librerie americane.
Quel che qui interessa non è tanto questa vicenda familiare, ma il contesto storico, sociale e culturale che la Stapinski ha indagato e che rappresenta la base della riflessione che propone ai lettori del quotidiano newyorkese.
«I braccianti poveri delle campagne lucane – racconta – fuggivano da una condizione di miseria aggravata dalle angherie e dalle violenze, anche fisiche, dei proprietari terrieri. Condizioni alle quali era impossibile reagire, al punto che il semplice restare in vita era spesso considerato già un buon risultato. Nell’ottocento la metà dei bambini nati in Basilicata moriva prima di aver compiuto cinque anni».
Per una paga di quaranta centesimi il giorno, sempre che venissero scelti dai “caporali”, lavoravano in campi distanti anche ore di cammino a piedi dalle loro povere case. E, se non bastasse, erano spesso obbligati anche a un tributo in natura per “ringraziare” il padrone: ortaggi o carne degli animali che avevano allevato e macellato direttamente. Quella carne che sulle loro tavole si vedeva solo due volte l’anno: a Pasqua e a Natale.
Non c’è dunque da meravigliarsi, spiega la giornalista americana, se, tra la fine dell’ottocento e i primi anni del novecento, l’emigrazione verso l’America divenne un fenomeno di massa. Chi riusciva a mettere insieme 300 lire poteva comprare il passaggio in terza classe verso il Paese dei Sogni, salvo a scoprire, una volta arrivato, di essere atteso da lavori umili, spesso pericolosi, che nessuno aveva più voglia di fare. Alcuni, come i parenti della Stapinski, si erano imbarcati sotto falso nome, molti erano clandestini. Un termine, “clandestini”, che forse dovrebbe richiamare alla mente qualcosa. In un solo piroscafo proveniente dell’Italia ne furono trovati oltre duecento.
Un esodo di massa che spopolò oltre misura le campagne del mezzogiorno, fino a provocare le proteste dei proprietari terrieri, rimasti con scarsa disponibilità di manodopera a basso costo, e sempre più preoccupati, insieme al governo italiano, del fatto che ad andare via non erano stati solo i più poveri e i più turbolenti, come avevano sperato, ma sempre più spesso i più capaci, forti e coraggiosi, determinati a cambiare le condizioni della propria esistenza anche a costo di ulteriori, grandi sacrifici.
Ma anche il governo americano, e l’opinione pubblica “benpensante” del paese, erano sempre più preoccupati di questa invasione. Gli italiani, e in particolare quelli del sud, non venivano visti di buon occhio: avevano difficoltà a imparare la lingua, vivevano in comunità che apparivano chiuse e autosufficienti (le cosiddette Little Italies), tendevano a familiarizzare con i neri, erano coinvolti in organizzazioni malavitose e, a pensarci bene, non si poteva neppure affermare con assoluta certezza che fossero di razza bianca (certi siciliani, bassi e mori, non lo erano di sicuro).
Nel nacque una vera e propria campagna xenofoba, nella quale le stesse autorità governative non si fecero scrupolo di utilizzare le teorie di Lombroso per argomentare che gli italiani, specie quelli del sud, bassi di statura, scuri di pelle, dai folti capelli e dalle grandi orecchie, erano molto più inclini a commettere crimini violenti rispetto a tedeschi, norvegesi, austriaci, svedesi, inglesi e immigrati da altri paesi del nord Europa.
Dunque, concludeva nel 1911 l’infame rapporto sull’immigrazione stilato dalla commissione presieduta dal senatore del Vermont William Dillingham, “certi fenomeni criminali, come violenza, furti, ricatti e estorsioni sono inerenti alla razza italiana”.
Come porre rimedio a questa “invasione”? Alzando muri.
E i muri presero l’aspetto del “Quota act” del 1921 e del successivo “Immigration act” del 1924.
Per capire fino in fondo l’efficacia di questi “muri” basta ricordare qualche cifra.
Dal giugno del 1920 al giugno del 1921 arrivarono in America, al netto dei clandestini, 800mila italiani. Il “Quota act” stabilì che potesse essere ammesso al massimo il 3 per cento del totale delle presenze in quel momento per ciascuna nazionalità. L’entrata in vigore della nuova norma portò un drastico ridimensionamento degli arrivi, che superarono di poco le 40 mila unità.
Ma non era ancora sufficiente. Non che non servissero braccia nell’America del dopoguerra, che viveva un momento di grande espansione. Ma la preoccupazione era che questa immigrazione dal sud Italia e da altri paesi “a rischio” potesse inquinare l’assetto sociale e culturale degli States. Una preoccupazione che finì paradossalmente per incontrare il consenso del regime fascista che, con la sua retorica dell’espansione demografica, avrebbe accettato di buon grado la costruzione di questi muri.
Ed ecco la soluzione. L’”Immigration Act” del 1924 ridusse al 2 per cento gli ingressi annui per ciascuna nazionalità. Ma attenzione: non il 2 per cento degli arrivi nell’anno precedente, ma delle presenze fino al 1890.
E perché proprio il 1890? Perché fino a quell’anno l’immigrazione negli USA, salvo poche eccezioni, era stata solo di origine anglosassone. Gli italiani cominciarono ad arrivare in massa proprio a partire dall’ultimo decennio del secolo.
Insomma restava il 2 per cento di nulla, o quasi.
«Se i nostri bisnonni avessero tentato di raggiungere l’America dopo il 1924 – conclude Stapinski – noi non saremmo mai nati ».

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